La sesta fatica, Disperdere gli uccelli del lago Stinfalo, è il terreno sul quale Silvia Scanavini mette in relazione due opere: Vitamina D e Dittici.
Vitamina D nasce da un gesto minimo, reiterato, fisiologico. L’assunzione quotidiana della vitamina introduce l’artista in una pratica involontaria di contatto continuo con il dispositivo farmaceutico: scatole, involucri, fogli illustrativi. I “bugiardini”, residui cartacei della cura, diventano così materiale operativo.
Il testo medico, concepito per normare il corpo attraverso prescrizioni, dosaggi e avvertenze, viene smontato. Scanavini interviene per sottrazione: isola parole, interrompe la continuità sintattica e neutralizza la funzione informativa del linguaggio specialistico. Il lessico terapeutico perde così la propria finalità clinica e si apre a una deriva poetica.
Il collage non costruisce una narrazione, ma una condensazione di frammenti linguistici privati della loro utilità originaria e ricomposti in una struttura instabile, sospesa tra vulnerabilità e tensione eroica. Le parole ritagliate vengono incollate in corrispondenza delle stelle su una fotografia di un cielo notturno stellato, seguendo la disposizione dei punti della costellazione di Ercole: il linguaggio medico si trasforma così in mappa celeste, in scrittura astrale.
In Vitamina D il destinatario implicito è la scultura lignea di Ercole in corso di restauro e cura: non il mito trionfante, ma il corpo esposto alla fatica, alla preparazione e alla necessità del sostegno.
L’opera agisce su uno scarto, trasformando un elemento marginale e funzionale della quotidianità in superficie immaginativa. Il “bugiardino”, strumento di controllo e prevenzione, si converte in un campo evocativo dove la lingua smette di prescrivere e inizia a produrre possibilità, mentre il cielo diventa supporto di una nuova costellazione linguistica.
Se in Vitamina D è il linguaggio medico a essere sottratto alla propria funzione normativa per aprirsi a una dimensione poetica e instabile, in Dittici è invece l’immagine a subire un analogo processo di slittamento.
In entrambe le opere, Scanavini interviene su materiali e presenze appartenenti all’ordine del reale, il corpo, la morte, il dispositivo terapeutico, disattivandone la funzione originaria per generare una condizione di ambiguità.
Le parole ritagliate dai bugiardini, ora inscritte nel cielo come stelle della costellazione di Ercole, smettono di curare il corpo e iniziano a evocare fragilità e resistenza. Allo stesso modo gli uccelli di Dittici, sottratti al loro contesto naturale e collocati nello spazio espositivo, cessano di appartenere all’ordine biologico per assumere una presenza sospesa e perturbante.
In entrambi i lavori emerge un attraversamento del limite: tra vita e rappresentazione, tra funzione e immaginazione, tra ciò che è destinato all’uso e ciò che viene restituito alla contemplazione. Scanavini opera una trasformazione minima ma radicale, in cui il gesto artistico non aggiunge materia, ma altera la direzione del senso.
La fatica di Ercole non appare allora come impresa eroica ed eccezionale, ma come condizione permanente del vivente: precarietà, esposizione e necessità di sopravvivenza.
L. B. Maggio 2026