Maledico Ercole, che non ebbe origine, ma balzò prepotente dalle trame del buio — tenebrosamente luminoso — per consacrarsi a ogni inutile impresa.
Maledico il figlio di Alcmena, che il mondo esalta per le sue vane fatiche, e che nell’eco della gloria si nasconde.
Maledico per sempre quel tremendo fragore che ha frastornato e terrorizzato gli uccelli della palude, laddove la sopravvivenza umana è proibita.
Ero un uccello della sconfinata laguna acquitrinosa, dal ventre impenetrabile d’acciaio; volavo insaziabile sopra quelle barriere furiose.
Laggiù ho divorato uomini, ingoiato carni, ho ingozzato le mie stesse piume per assaporare il sudore della morte.
Alla soglia, dove si aggrumano le vittime, sono caduto in un infido tranello: il figlio di Zeus mi ha divelto dal mondo come erbaccia obbrobriosa, troncando il mio volo senza risparmiarmi lo strazio di quel metallico fragore.
Trafitto a morte, tra le orride fronde, il mio urlo ha sovrastato le acque, mentre mani fatali avvinghiavano le membra del mio margine offeso.
Incurante della mia rovina — ardito, vorace — il sovrumano mi ha deposto tra le mani dell’infido Euristeo.
Ora, in un’ampia urna trasparente, giace la mia nuda e immobile essenza, lontano da quegli fracassanti fragori che dilaniano l’aria.