Silvia Scanavini

La vita è un mistero, un gioco serio
Nata e formata all’interno di un contesto in cui l’arte è pratica quotidiana prima che linguaggio, attraverso la poetica del padre Lelio e, successivamente, la formazione con Luciano Fabro e Giovanni Chiaramonte, la sua opera si sviluppa tra fotografia, video e, più recentemente, poesia visiva, come dispositivi di visione e di interrogazione.
Il lavoro nasce da un attraversamento fisico e mentale dello spazio: il bosco, la montagna, le pratiche meditative e orientali attivano un rapporto diretto con gli elementi naturali e conducono a relazionarsi con ciò che resta aperto a molteplici interpretazioni, come il ciclo della vita e della morte che ritorna ad essere vita nell’infinitezza dell’universo.
Il tempo e la percezione diventano materia di studio attraverso la fotografia, in una ricerca che prende origine dal cinema e dall’esperienza del montaggio video, dove l’immagine è durata, transitorietà, frammento.
Tra questi ambiti si insinua una leggerezza necessaria: stupore, sovvertimento di ciò a cui si è abituati, ironia, attenzione al minimo. In questi attraversamenti ci si misura anche con ciò che appare secondario o residuale, il vento, una stanza vuota, un muro scrostato, una traccia, una scritta, luoghi in cui il quasi invisibile convive con l’immenso.

Silvia Scanavini


La vita è un mistero, un gioco serio
Nata e formata all’interno di un contesto in cui l’arte è pratica quotidiana prima che linguaggio, attraverso la poetica del padre Lelio e, successivamente, la formazione con Luciano Fabro e Giovanni Chiaramonte, la sua opera si sviluppa tra fotografia, video e, più recentemente, poesia visiva, come dispositivi di visione e di interrogazione.
Il lavoro nasce da un attraversamento fisico e mentale dello spazio: il bosco, la montagna, le pratiche meditative e orientali attivano un rapporto diretto con gli elementi naturali e conducono a relazionarsi con ciò che resta aperto a molteplici interpretazioni, come il ciclo della vita e della morte che ritorna ad essere vita nell’infinitezza dell’universo.
Il tempo e la percezione diventano materia di studio attraverso la fotografia, in una ricerca che prende origine dal cinema e dall’esperienza del montaggio video, dove l’immagine è durata, transitorietà, frammento.
Tra questi ambiti si insinua una leggerezza necessaria: stupore, sovvertimento di ciò a cui si è abituati, ironia, attenzione al minimo. In questi attraversamenti ci si misura anche con ciò che appare secondario o residuale, il vento, una stanza vuota, un muro scrostato, una traccia, una scritta, luoghi in cui il quasi invisibile convive con l’immenso.